Giovani delitti lame e violenza :
Le cronache quotidiane ci riportano un dato allarmante: crescono i delitti commessi con l’uso del coltello.
La lama sembra guadagnare terreno, diventando quasi un oggetto di “culto” tra i giovani in diverse parti d’Italia.
Al di là della tragica contabilità delle vittime che affiora, ciò che non è ancora chiaro è l’effettiva estensione del fenomeno nella sua interezza.
Ci si interroga se la lama sia diventata, per alcuni, lo strumento prediletto non per discutere, ma per colpire e annientare l’avversario.
È quasi inevitabile supporre una correlazione tra questi episodi criminali e una crescente aggressività che, nelle nuove generazioni, si manifesta fin troppo spesso in forme distruttive.
Negli ultimi anni le modalità di relazione tra i giovani, mai semplici, hanno subito profonde trasformazioni.
Ripensando ai luoghi di aggregazione di un tempo, come le discoteche, le risse spesso alimentate dall’alcol apparivano meno frequenti e tendevano a risolversi in scontri fisici, fatti di spinte e pugni.
Sembrava esserci una lentezza diffusa, nei ritmi, nei movimenti, persino nella violenza stessa.
Le trasformazioni sociali, un punto cruciale, hanno accelerato la vita e, al contempo, frantumato le tradizionali modalità associative dei giovani.
Giovani delitti lame e violenza :
Sistematicamente allontanati dalla partecipazione politica o dall’aggregazione intorno a finalità più ampie,
i giovani si sono spesso dispersi in piccoli gruppi, tenuti insieme da aspirazioni effimere e contingenti.
Una delle pulsioni primarie è diventata quella di scaricare l’ansia di un’esistenza priva di sicurezze concrete e di strumenti per comprendere il proprio futuro.
Una fetta significativa delle giovani generazioni, specialmente negli strati sociali più vulnerabili, percepisce un forte senso di esclusione dalla società e dalle sue dinamiche.
Diventano persone che passano la quotidianità in apnea
Emergono, catalizzandosi con altri, nei luoghi fisici che diventano le “frattaglie” del vivere collettivo: piazze, piccoli vicoli, centri commerciali, discopub.
Sono, in un certo senso, dei “clandestini civili” a cui vengono concessi solo spazi marginali, quasi prigioni senza sbarre a cielo aperto.
Questi ambienti offrono un’illusione di potenza autoproclamata, dove l’identità viene costruita mutuando codici estetici e comportamentali dal mondo dei videogiochi o dei social media. Sono spazi dove si cerca di sedare l’ansia attraverso la chimica sintetica o l’alcol, immersi in un bombardamento sensoriale che assomiglia a un viaggio collettivo verso un altrove salvifico inesistente.
Sono finti guerrieri plasmati da una cultura che esalta la figura del combattente reale, un effetto collaterale di tempi incerti e complessi.
Eppure, è importante riconoscere che in questi giovani arde la stessa energia che si manifesta in modo costruttivo altrove:
l’energia di chi corre a spalare fango dopo un’alluvione, di chi sfila per l’ambiente, di chi protesta contro la violenza di genere,
di chi si commuove per le vittime della violenza o partecipa a eventi che uniscono la comunità, come l’ultimo saluto a una figura di riferimento.
Affinché questa energia costruttiva non si disperda dopo ogni singolo evento.
Sarebbe fondamentale che la società nel suo complesso dimostrasse una volontà concreta di includere attivamente i giovani nel proprio funzionamento.
Non basta “fotografarli” occasionalmente. È necessario affidare loro ruoli da protagonisti, e persino da registi, nel tessuto sociale.
I giovani diventano un problema se non vengono educati a essere parte della soluzione.
Solo così, forse, l’ansia di sentirsi “inesistenti” o non accettati potrà diminuire, e il coltello perderà il suo sinistro fascino.
Diventerebbe uno strumento troppo banale, insignificante, per un giovane che si sente finalmente incluso e valorizzato come risorsa preziosa all’interno del mondo adulto.
Violenza e femminicidi la sfida impossibile
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