No grazie “bamboccioni” facciamo chiarezza, esistono domande che contengono già in sé la risposta, come quella che mette in discussione l’affidabilità dello stereotipo che etichetta gran parte dei giovani come “bamboccioni”.
Per fortuna le evidenze indicano infatti una realtà diversa e secondo me fare chiarezza è molto importante.
Chiariamo, non si tratta di individui pigri o inattivi, almeno non nella maggioranza dei casi.
Affrontano e sfidano una società sempre meno aperta e generosa, confrontandosi con crescenti disuguaglianze, salari insufficienti, per prima cosa, contratti precari e costi abitativi elevatissimi.
Ripetere che preferiscono il divano all’impegno rappresenta un rischio concreto, poiché potrebbe trasformarsi in un alibi per l’inerzia, con conseguenze potenzialmente devastanti.
Un Paese che non investe nei propri giovani compromette seriamente il proprio futuro, questo è certissimo.
Metà dei giovani tra i 18 e i 35 anni segnala lo stress come emozione predominante, seguito dall’ansia.
Il 70% dei trentenni prova insicurezza e timore riguardo al lavoro, un terzo riflette quotidianamente sull’inevitabilità del fallimento.
Pochi si arrendono; molti reagiscono anche attraverso la scelta di emigrare.
Lo sappiamo da tanto tra il 2014 e il 2023, circa 700 mila giovani italiani hanno lasciato il Paese per cercare opportunità all’estero: un quinto erano neolaureati molto pochi fanno ritorno.
Chi ha la forza di lasciare casa e famiglia dimostra coraggio notevole ed è una risorsa da preservare.
Da chiarire anche, chi non cambia città non lo fa per pigrizia, ma perché dovrebbe destinare due terzi del proprio stipendio solo all’alloggio.
Nei principali centri urbani gli affitti per studenti e neoassunti sono saliti a livelli insostenibili, mentre stipendi e aspettative scoraggiano la mobilità lavorativa.
La partecipazione giovanile al mercato del lavoro resta “strutturalmente bassa”, ciò deriva da una formazione generalmente insufficiente che non sviluppa le competenze richieste dal mercato occupazionale.
Ne consegue bassa produttività nazionale e diffuso scoraggiamento.
No grazie “bamboccioni” facciamo chiarezza
Considerando retribuzioni limitate e le difficoltà sociali legate al declino demografico della società italiana, non sorprende che coloro che né studiano né lavorano né si formano rappresentino circa il 25%.
L’inquietudine giovanile è amplificata dalla diffusione dei social media e dall’eccessiva esposizione al digitale.
Piuttosto che alimentare critiche sterili, sarebbe auspicabile ricostruire efficacemente la rete sociale per riscrivere questa storia.
In un Paese in fase di invecchiamento demografico è indispensabile valorizzare adeguatamente il capitale umano disponibile tramite riforme strutturali dell’Istruzione; adeguamenti salariali, come primissimo punto.
Interventi mirati sulla formazione; collegamenti virtuosi tra scuola e imprese; incentivi fiscali mirati.
Resta fondamentale investire nei primissimi anni di vita,
e condividere equamente i costi legati alla crescita dei figli onere attualmente gravante prevalentemente sulle donne.
Occorre sostenere i giovani con percorsi di accompagnamento allo studio e al lavoro con progetti solidi affinché si sentano valorizzati e stabili anziché messi alle strette.
No grazie “bamboccioni” facciamo chiarezza
L’immagine assurda dei “bamboccioni” appare quindi fortemente ridimensionata rispetto alla percezione comune, e meno male.
Giovani e malessere fenomeno allarmante
https://italysegreta.com/it/bamboccioni-i-bamboccioni-italiani-sono-parassiti-o-benedizioni/
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