Ottobre 22, 2025

Re Jannik e la coppa Davis

Re Jannik e la coppa Davis

Re Jannik e la coppa Davis

La scelta di Jannik Sinner di rinunciare alla Coppa Davis per un necessario “riposo” agonistico sembra, a prima vista, un gesto che sancisce la fine di un’epoca.

In effetti, si tratta di quel periodo storico in cui l’atleta considerato molto più di un semplice talento individuale; è, in sostanza, l’incarnazione del prestigio e della reputazione dell’intera nazione.

Tuttavia, in molti cominciano ad etichettare Sinner come un “traditore”.

E’ esattamente il contrario, è semplicemente un fedele interprete del suo tempo.

Nel contesto di uno sport globalizzato e iper-professionale, la bandiera nazionale appare ormai ridotta a un accessorio scenico: viene sventolata per l’apparato mediatico, e sventolata ancora per obblighi contrattuali e, subito dopo, riposta con meticolosa cura accanto ai gadget degli sponsor, la cosa ormai è più che risaputa.

Pertanto, le reali motivazioni che guidano le decisioni degli atleti sono altre.

Anzitutto, la traiettoria di carriera, quindi la classifica mondiale, il mantenimento del rendimento fisico e, in ultima analisi, il guadagno finanziario.

Forse, in un mondo in cui lo sport è stato completamente imprigionato dalla logica di un gigantesco mercato, questo cambiamento ovviamente è inevitabile.

Di conseguenza, sarebbe opportuno abbandonare l’illusione che l’agonismo moderno sia ancora un teatro di valori nazionali e patriottici, tanto tra igiovani non è neanche di moda.

Sia nel tennis, sia in misura ancora maggiore nel calcio, la “patria sportiva” sembra essersi dissolta.

Gli atleti si muovono come veri e propri uomini d’affari, supportati dal loro staff e dai loro manager, e passano con disinvoltura da una squadra all’altra.

Inoltre, il loro linguaggio è ormai l’inglese, le loro vite si consumano tra aeroporti e lussuosi alberghi, e non di rado scelgono come residenza Montecarlo, o Londra non tanto per il mare, o il Tamigi, quanto per inequivocabili ragioni fiscali.

In sintesi, il nuovo patriottismo sportivo ha assunto una valenza prevalentemente fiscale anziché nazionale.

È, non a caso, un dato curioso il fatto che molti campioni, proprio nel momento in cui vengono elevati al rango di icone nazionali, scelgano immediatamente di trasferirsi all’estero per ragioni di elusione fiscale. (strano!)

Sorprendentemente, questo non viene neppure nascosto, ma quasi ostentato come un fatto ovvio e naturale.

Questo rappresenta un palese paradosso in un Paese, l’Italia, che registra l’evasione fiscale tra le più alte dell’Unione Europea.

Pertanto, mentre la base dei tifosi si infiamma per l’emozione di una maglia azzurra, coloro che la indossano sembrano prioritariamente concentrati sulla solidità del proprio portafoglio e sulla gestione meticolosa del proprio calendario.

In questo scenario, la vera figura del “campione” si sposta altrove.

Si incarna nei milioni di patrioti silenti e anonimi che adempiono al dovere di pagare le tasse fino all’ultimo centesimo, mantenendo di fatto in vita una nazione che, a onor del vero, forse non li rappresenta più.

Sono, senza dubbio, i fuoriclasse della sopravvivenza quotidiana. Tuttavia, per questi eroi del quotidiano, non è previsto alcun podio.

Re Jannik e la coppa Davis

Dunque, è possibile che Sinner abbia semplicemente colto la realtà del momento: questo è il funzionamento effettivo dello sport moderno.

È necessario, quindi, cessare di pretendere da lui una manifestazione di affetto nazionale che è divenuta impossibile da manifestare.

Inoltre, è auspicabile un cambiamento nel nostro stesso modo di tifare:

non più radicato nella nazionalità, ma piuttosto nell’affinità, nella simpatia o, persino, in una fredda convenienza.

L’imperativo etico diventa quello di selezionare l’atleta che più ci emoziona e che incarna la nostra idea di eccellenza, di tenacia o di semplicità, senza considerare la variabile del passaporto.

Il concetto di “patria” nello sport non ha più cittadinanza.

Questo indebolimento si riflette persino nel settore industriale, con buona pace di quanti acquistano un’automobile italiana nella convinzione di contribuire al benessere nazionale.

La “patria” è un concetto che si sta gradualmente estinguendo nella realtà stessa.

Ciò nonostante, il profondo bisogno umano di condividere e di sentirsi parte di qualcosa rimane intatto.

Re Jannik e la coppa Davis

Tuttavia, un’appartenenza limitata esclusivamente ai propri gusti e alle proprie passioni private non potrà mai essere sufficiente a lungo termine.

È altrettanto innegabile che l’appartenenza collettiva necessiti di figure eroiche.

Storicamente, erano i campioni sportivi a soddisfare questa esigenza, convogliando nel tifo l’intensa e viscerale passione del sentimento nazionale.

Oggi, tuttavia, siamo costretti a constatare che siamo rimasti orfani anche di quelle icone.

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