“Italian sounding” e non sai cosa mangi
I prodotti agroalimentari italiani godono di una reputazione consolidata a livello internazionale:
pasta, olio extravergine d’oliva, parmigiano, prosciutto, aceto balsamico e vino rappresentano solo alcune delle eccellenze apprezzate in tutto il mondo.
Secondo i dati forniti da Coldiretti l’export agroalimentare italiano ha raggiunto nel 2025 un valore record superiore ai 65 miliardi di euro, registrando una crescita costante anno dopo anno.
“Italian sounding” e non sai cosa mangi
Il successo del Made in Italy comporta anche una criticità rilevante: la contraffazione alimentare.
Il mercato agroalimentare italiano, vittima del proprio successo, è frequentemente soggetto al fenomeno dell’Italian sounding.
Ovvero l’imitazione di prodotti italiani attraverso l’utilizzo di nomi, colori, simboli o riferimenti culturali che suggeriscono un’origine italiana inesistente.
Il danno economico conseguente è significativo: solo nell’Unione Europea si registrano perdite annuali pari a 2,289 miliardi di euro dovute a frodi alimentari, secondo quanto riportato dall’Ufficio dell’Unione europea per il controllo delle frodi.
Vediamo quali azioni sono state adottate dalle istituzioni internazionali per contrastare le frodi alimentari e come i consumatori possano tutelarsi in modo consapevole.
Partiamo dalla definizione di Italian sounding
L’Italian sounding consiste nella pratica commerciale che mira a far apparire italiano un prodotto che non lo è realmente mediante l’impiego di nomi, etichette, grafiche o riferimenti al tricolore nazionale.
Pur non configurandosi come vera contraffazione che implica la copia fedele di un marchio registrato questa pratica si situa in una zona grigia che sfrutta suggestioni e simboli evocativi dell’italianità con tutti i vantaggi commerciali associati.
Tale fenomeno risulta particolarmente diffuso nei Paesi dove il Made in Italy è maggiormente apprezzato:
Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Germania, Australia e anche nazioni asiatiche quali Giappone e Corea del Sud.
“Italian sounding” e non sai cosa mangi
In questi mercati è comune trovare sugli scaffali intere gamme di “prodotti italiani” che italianità hanno solo nel nome. Alcuni esempi includono:
1 ● Formaggi denominati Parmesan, Romano, Mozzarella “style”, Asiago e Gorgonzola;
2 ● Salumi come Prosciutto, Mortadella e “San Daniele” prodotti in Canada o negli USA;
3 ● La Pasta con marchi inventati o italianizzati quali “Pastoni”, “Bella Pasta”, “Milano’s”;
4 ● Le Salse e condimenti come “Pomarola”, “Balsama”, “Pesto Genovese”;
5 ● Olio extravergine d’oliva con denominazioni generiche (“Olio di Oliva Italia”, “Toscano Blend”);
6 ● Aceto balsamico spesso privo di legame con le zone tradizionali di Modena o Reggio Emilia.
Sebbene alcuni nomi possano suscitare un sorriso istintivo, la questione riveste carattere serio poiché il danno è duplice:
economico con perdita significativa di quote di mercato e reputazionale considerando che prodotti scadenti spacciati per italiani possono compromettere la fiducia nel marchio “Italy”.
“Italian sounding” e non sai cosa mangi
A ciò si aggiungono rischi inerenti alla sicurezza alimentare:
non tutti i Paesi adottano gli stessi standard igienico-sanitari previsti dalla normativa europea;
pertanto i prodotti acquistati all’estero possono non rispettare gli elevati standard qualitativi e sanitari vigenti in Italia. In definitiva i consumatori pagano un prezzo premium per prodotti privi della qualità attesa.
Le azioni contro l’Italian sounding
Considerata l’estensione globale del fenomeno Italian sounding, le istituzioni giuridiche internazionali ne hanno riconosciuto la necessità di contrasto efficace.
Sebbene sia più complesso perseguirlo rispetto alla contraffazione classica, sono state implementate misure normative a livello nazionale ed internazionale volte a tutelare i prodotti autentici.
In Italia le norme principali sono contenute nel Codice della proprietà industriale, che protegge le denominazioni geografiche protette ed evita l’uso ingannevole dei simboli associabili all’Italia.
Regolamento (UE) e sai cosa mangi
Parallelamente interviene la normativa europea tramite regolamenti quali il Regolamento (UE) n. 1151/2012 sui regimi qualitativi dei prodotti agricoli e alimentari che definisce criteri rigorosi per la tutela delle indicazioni geografiche protette.
Come il (DOP), e le indicazioni geografiche protette come l’ (IGP) e delle specialità tradizionali garantite (STG).
Questi strumenti offrono protezione ai produttori autentici e consentono alle autorità doganali e sanitarie interventi tempestivi in caso di abusi.
Chi utilizza impropriamente marchi registrati o denominazioni geografiche può incorrere in sanzioni amministrative severe,
oltre a sequestri merceologici ed interdizioni commerciali; inoltre nelle vendite online possono essere attivate procedure per rimuovere tali prodotti da piattaforme digitali.
Poiché il problema supera ampiamente i confini nazionali ed europei, l’Italia ha stipulato accordi bilaterali con diversi Paesi extra-UE
(come ad esempio il CETA con il Canada) miranti alla protezione delle indicazioni geografiche.
La tutela delle frodi
L’attività dell’ICQRF (Ispettorato centrale tutela qualità repressione frodi) insieme alla Guardia di Finanza si sta facendo sempre più incisiva ed estesa sul territorio.
Nonostante tali iniziative preventive si registra oggi una nuova fase critica dell’Italian sounding,
favorita dai dazi imposti dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump che rendono meno accessibili i veri prodotti italiani sul mercato americano,
favorendo così le imitazioni locali più economiche ma prive di autenticità reale.
Secondo The European House tale fenomeno potrebbe incrementarsi oltre 1 miliardo di euro (+15%) qualora venissero confermati tali dazi aggravando ulteriormente un quadro già preoccupante per l’economia agroalimentare italiana.
Interessanti le raccomandazioni per il consumatore
Contrastare efficacemente l’Italian sounding richiede consapevolezza da parte dei consumatori circa segnali chiave utili al riconoscimento dei prodotti autentici sia in Italia sia all’estero. Si raccomanda pertanto:
1. Verificare sempre la presenza delle certificazioni ufficiali DOP (Denominazione d’Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta) o STG (Specialità Tradizionale Garantita), garanzia imprescindibile dell’origine reale conforme agli standard UE; tali loghi devono comparire chiaramente sull’etichetta;
2. Leggere attentamente tutte le informazioni riportate sull’etichetta valutando con attenzione eventuali diciture evocative (“Italian Style”, “alla moda di Parma”) poiché queste non garantiscono alcuna origine italiana effettiva; occorre controllare sede produttiva e paese d’origine;
3. Diffidare da claim generici privi di certificazione quali termini “naturale”, “green”, “eco-friendly”, “autentico” o similari utilizzabili liberamente anche da produttori esteri senza alcun controllo;
4. Utilizzare strumenti digitali moderni disponibili gratuitamente come app capaci tramite scansione barcode o QR code di tracciare origini certificate; numerosi consorzi italiani mettono inoltre a disposizione database pubblici consultabili;
5. Preferire acquisti presso rivenditori affidabili quali negozi specializzati oppure piattaforme ecommerce certificate impegnate nella valorizzazione della filiera corta offrendo maggior trasparenza; ove necessario richiedere informazioni dettagliate sul prodotto acquistato.
Adottando queste buone pratiche ogni consumatore potrà contribuire attivamente alla tutela della qualità dei prodotti agroalimentari italiani autentici rafforzando così il valore del Made in Italy nel mondo.
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