Marzo 31, 2026

Maquillage e alimenti: l’inganno del consumatore

Maquillage e alimenti: l'inganno del consumatore

Maquillage e alimenti: l’inganno del consumatore

Nel mondo della cosmesi, il trucco è uno strumento accettato e apprezzato per apparire più giovani, freschi e attraenti.

Tuttavia, quando questo concetto di “maquillage” viene applicato anche nel settore alimentare, i confini tra marketing e frode diventano pericolosamente sottili, nessuno di noi se ne accorge.


Spesso, infatti, si adottano pratiche volte a conferire ai prodotti un aspetto più gradevole e appetibile che non corrisponde alla loro reale freschezza.

Di conseguenza, ovviamente il consumatore si trova ad affrontare un duplice danno: da un lato una spesa economica per una qualità inesistente, dall’altro un potenziale rischio per la salute.

Oltre alla nota questione dei pesticidi, ormai diventata tristemente famosa, esistono numerose metodologie utilizzate per manipolare l’impatto visivo dei cibi.

Però per comprendere meglio il fenomeno, è utile analizzare i trattamenti più frequenti che interessano i banchi dei nostri mercati, e supermercati.

  • Utilizzo di polifosfati nel comparto ittico per aumentarne artificialmente il peso.
  • Impiego di monossido di carbonio nella carne per mantenere un colore rosso vivo.
  • Aggiunta di solfiti di sodio per rallentare visivamente la decomposizione delle carni.
  • Pigmenti gialli artificiali nella pasta fresca per simulare l’abbondanza di uova.
  • Applicazione di cere chimiche sulle mele per renderle lucide.
  • Trattamento delle arance con difenolo per migliorarne l’estetica superficiale.
  • Conservazione delle pere in azoto per prolungarne la durata commerciale.
  • Uso strategico di foglie fresche per mascherare la reale provenienza dei frutti.

Per quanto riguarda il comparto ittico, la situazione appare complessa a causa di zone grigie normative.

Nonostante le ripetute proteste delle associazioni dei consumatori, l’impiego dell’acqua ossigenata è spesso tollerato come «coadiuvante tecnologico».

Questa sostanza viene utilizzata principalmente per sbiancare molluschi come seppie, polpi e calamari, eliminando al contempo gli odori troppo forti.

In aggiunta a ciò, tale pratica permette di mascherare la perdita di freschezza in pesci pregiati come spigole e branzini.

Proseguendo nell’analisi, troviamo l’impiego dei polifosfati.

Sebbene siano autorizzati, questi agenti addensanti devono essere obbligatoriamente indicati in etichetta. La loro funzione è quella di trattenere i liquidi all’interno delle fibre del pesce, impedendo la perdita di peso naturale e determinando un incremento artificiale del valore commerciale del prodotto.


Spostando l’attenzione sul banco della macelleria, una delle pratiche più controverse riguarda l’uso del monossido di carbonio.

Questo gas viene impiegato per preservare il caratteristico colore “rosso ciliegia” della carne, anche quando il processo di deterioramento è già iniziato.

Malgrado tale uso sia formalmente vietato nei Paesi dell’Unione Europea, le cronache riportano ancora frequenti violazioni.

Parallelamente, costituisce una frode conclamata l’aggiunta non dichiarata di coloranti rossi o nitriti su tagli di carne fresca.

Inoltre, i solfiti di sodio rappresentano un altro strumento diffuso tra i distributori meno scrupolosi.

Queste sostanze non solo mantengono intatto il colore originale, ma ritardano visivamente la putrefazione.

Ma è fondamentale ricordare, però, che l’ingestione di solfiti in quantità eccessive può causare gravi forme d’intossicazione e reazioni allergiche nei soggetti sensibili.


Anche i carboidrati non sono immuni da questo “maquillage” alimentare.

La pasta fresca confezionata, ad esempio, viene talvolta arricchita con pigmenti gialli artificiali.

Lo scopo è chiaramente quello di far apparire il prodotto più ricco di uova o più artigianale di quanto non sia in realtà.

Tale pratica è considerata legittima solo se i pigmenti sono chiaramente dichiarati; in caso contrario, ci troviamo di fronte a una vera e propria frode alimentare.

Passando al reparto ortofrutta, il caso delle mele è emblematico.

Maquillage e alimenti: l'inganno del consumatore

Molti frutti vengono lucidati con cere superficiali per incrementarne l’attrattiva visiva.

Per verificare se una mela è stata trattata, è possibile versarvi sopra dell’acqua bollente: la comparsa di una patina bianca conferma la presenza di cera.

Per una rimozione efficace, si consiglia di lavare il frutto con bicarbonato e limone, aiutandosi eventualmente con uno spazzolino.

Un trattamento simile viene spesso riservato anche ad alcune varietà di pomodori pregiati.


In merito alle arance fuori stagione, è frequente l’uso del difenolo, un composto organico derivato dal benzene.

Questa sostanza conferisce un aspetto lucido e perfetto, ma può risultare estremamente dannosa se si decide di consumare la buccia o utilizzarla in cucina.

Allo stesso modo, le pere subiscono processi di conservazione forzata tramite esposizione ad azoto e shock termici.

Maquillage e alimenti: l’inganno del consumatore

Sebbene l’aspetto esterno rimanga eccellente, internamente la polpa subisce degenerazioni che la rendono nerastra e priva di sapore.

Infine, bisogna prestare attenzione alle strategie di vendita nei mercati al dettaglio.

Spesso si osserva l’uso di foglie rigogliose poste sulle cassette degli agrumi per suggerire una freschezza “di giornata”.

Tuttavia, accade frequentemente che i frutti provengano da paesi lontani come Tunisia o Egitto, mentre le foglie vengono aggiunte successivamente da zone rinomate come la Sicilia o la Costiera Amalfitana.

Questo escamotage crea una falsa percezione qualitativa, inducendo il consumatore a un acquisto basato su un presupposto geografico sempre errato.

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