Novembre 24, 2025

New: Dopo Report vediamo il “Greenwashing”

New: Dopo Report vediamo il "Greenwashing"

Dopo aver visto la puntata di ieri 23/11/2025 di “Report” sulla ditta “Bervini” distributrice di cani di vario tipo, (una puntata che consiglio di vedere, se avete lo stomaco “buono” su Rai Play), lascio un articolo interessante in proposito.

Pretendere trasparenza è il primo passo per un cambiamento reale. Informati, verifica le fonti e sostieni solo chi dimostra con i fatti di rispettare ambiente e animali. La differenza la facciamo, noi ogni giorno.

Oggi, con un’economia che punta sempre di più sulla comunicazione persuasiva, è diventato normale usare i movimenti sociali, politici e ambientali come strumenti di marketing.

Industrie grandi e piccole, dichiarano con insistenza di “diventare più green” o di “investire in un futuro sostenibile”, pur senza fornire alcuna evidenza concreta delle loro azioni.

Questa crescente distanza tra ciò che viene comunicato e ciò che realmente avviene come sempre genera confusione, frustrazione e, soprattutto, indebolisce la fiducia di chi tenta sinceramente di compiere scelte responsabili.

Strategie fuorvianti attraversano vari settori economici, ma assumono un’intensità particolare nelle filiere della carne, del latte e delle uova.

Con la diffusione sempre maggiore di indagini che documentano condizioni di allevamento problematiche,

e con un numero crescente di studi scientifici che evidenziano l’impatto ambientale della zootecnia intensiva, l’industria reagisce spesso ricorrendo a operazioni di immagine.

Mentre aumentano le prove scientifiche sui danni climatici e ambientali, le aziende intensificano gli sforzi comunicativi per mostrarsi rassicuranti e mantenere invariati i consumi. E non è mai vero.

Espressioni come “allevamento a terra”, “biologico” o “macellazione etica”, benché rassicuranti, vengono frequentemente utilizzate per celare pratiche lontane dai principi che tali parole evocano.

La distanza tra retorica commerciale e realtà operativa è talvolta così ampia da rendere quasi inevitabile un conflitto tra percezione e verità.

New: Dopo Report vediamo il “Greenwashing”

Un esempio emblematico riguarda un noto caso che ha coinvolto KFC.

L’azienda aveva diffuso un video che presentava standard elevati di benessere animale nei propri allevamenti.

Tuttavia, un’indagine indipendente condotta da VFC, organizzazione impegnata nel monitoraggio delle condizioni negli allevamenti industriali,

ha rivelato immagini molto diverse da quelle proposte nel materiale promozionale.

Le riprese hanno mostrato condizioni tutt’altro che conformi alle promesse pubblicitarie, richiamando così l’attenzione sull’importanza di verificare ciò che viene dichiarato.

Il termine greenwashing identifica la pratica con cui un’azienda promuove prodotti o servizi come ecologici, sostenibili o etici senza che tali affermazioni siano supportate da fatti.

Questa strategia può manifestarsi attraverso diversi espedienti: dichiarazioni prive di prove verificabili, omissioni rilevanti,

definizioni vaghe difficili da contestare, oppure messaggi del tutto irrilevanti rispetto all’impatto reale dell’attività aziendale.

Il green marketing, quando fondato su azioni concrete, rappresenta una forma legittima di comunicazione che collega sostenibilità e strategia commerciale.

Il greenwashing, al contrario, nasce quando le aziende utilizzano la sostenibilità come semplice espediente retorico.

In diversi settori, e in particolare in quello zootecnico, la distanza tra marketing e realtà risulta significativa.

Termini come “free range”, “allevamento a terra”, o addirittura “macellazione etica” vengono impiegati con grande frequenza, ma raramente descrivono condizioni rispettose degli animali o dell’ambiente.

Se le etichette riportassero in modo trasparente i reali impatti delle produzioni,

il consumatore troverebbe informazioni drastiche su emissioni, inquinamento, uso di antibiotici, sfruttamento del suolo e sofferenza animale.

Di fronte a una descrizione onesta, forse molte scelte d’acquisto cambierebbero radicalmente.

Accanto al greenwashing esiste anche il cosiddetto greenscamming, una pratica che consiste nel scegliere nomi aziendali o di prodotto che evocano valori ambientali, pur non avendo alcun legame con tali principi.

Un esempio tipico è rappresentato da marchi come “Uova felici” o simili, utilizzati nonostante nella produzione industriale delle uova sia frequente l’eliminazione dei pulcini maschi e l’invio precoce al macello delle galline considerate non più produttive. Il contrasto tra narrativa e realtà risulta in questi casi particolarmente evidente.

Il meccanismo alla base di queste strategie si fonda sulla capacità di distrarre il consumatore, guidandolo verso elementi positivi e lasciando nell’ombra gli impatti più problematici.

Per esempio, un’azienda petrolifera che destina una minima quota del proprio fatturato alle energie rinnovabili,

può mettere in evidenza tale investimento nelle proprie campagne pubblicitarie, inducendo il pubblico a concentrarsi su quel gesto circoscritto e non sull’enorme impatto ambientale delle sue attività principali.

La motivazione principale è la convenienza economica.

Presentarsi come sostenibili permette di attrarre nuovi consumatori, migliorare la reputazione aziendale e, di conseguenza, aumentare i profitti.

Alcune imprese preferiscono investire risorse considerevoli nella comunicazione piuttosto che adottare cambiamenti strutturali che potrebbero ridurre davvero l’impatto ambientale.

Il greenwashing ostacola il progresso verso modelli di produzione più sostenibili, impedisce ai consumatori di compiere scelte informate,

e sottrae visibilità alle realtà che operano con trasparenza.

Inoltre, minando la fiducia pubblica, crea un clima in cui anche le aziende realmente virtuose rischiano di essere percepite con sospetto.

Un caso chiarificatore resta quello delle indagini nell’industria della carne e dei derivati, come nel già citato intervento di VFC sugli allevamenti fornitori di KFC.

La discrepanza tra le promesse commerciali e la realtà documentata contribuisce a rendere il fenomeno del greenwashing sempre più evidente e problematico.

Gli effetti di queste pratiche si ripercuotono sull’intero sistema di consumo.

Da un lato, i cittadini finiscono per sentirsi disorientati e meno motivati a compiere scelte responsabili.

Dall’altro, le aziende che operano con criteri rigorosi di sostenibilità rischiano di essere penalizzate dalla perdita generale di fiducia.

In questo modo, il greenwashing non solo altera la percezione della realtà, ma ostacola anche il cambiamento necessario per affrontare la crisi climatica.

Riconoscere le strategie ingannevoli è possibile, anche se richiede attenzione.

Occorre innanzitutto diffidare delle dichiarazioni troppo semplicistiche o eccessivamente positive.

Se, per esempio, una compagnia aerea si presenta come “altamente sostenibile”, bisogna ricordare che il trasporto aereo genera emissioni significative.

Allo stesso modo, affermazioni relative a “allevamenti senza emissioni” o a “benessere animale garantito” in sistemi industriali dovrebbero essere valutate con cautela.

Inoltre, è utile osservare con spirito critico l’iconografia utilizzata nelle campagne pubblicitarie:

immagini idilliache di prati verdi, fattorie tradizionali e animali liberi pasturanti spesso non rappresentano le condizioni reali della produzione industriale.

New: Dopo Report vediamo il “Greenwashing“

In molti casi, la distanza tra immagine e realtà è così ampia da trasformare la comunicazione in un esercizio di mera manipolazione visiva.

E – mobility la città green

https://www.greenme.it/salute-e-alimentazione/carne-scaduta-da-anni-ripulita-e-rimessa-in-commercio-linchiesta-shock-di-report-su-un-macello-del-mantovano/