Novembre 26, 2025

New generation e il “Doom spending”

New generation e il "Doom spending"

E’ un momento circondato da incertezze globali, economiche e sociali.

Momenti particolari, da cui emerge una nuova tendenza comportamentale che sta prendendo piede, specialmente tra le giovani generazioni: il “doom spending”.

Questo fenomeno, il cui nome suggestivo si traduce in “spesa della rovina”, non è semplicemente un capriccio momentaneo,

ma riflette una risposta psicologica profonda alle preoccupazioni che affliggono la società moderna.

Originatosi negli Stati Uniti, sta rapidamente diventando un comportamento diffuso a livello globale, permeando le abitudini di consumo in numerosi Paesi, Europa compresa.

La sua essenza risiede in una spesa impulsiva, e spesso non essenziale,

che sembra quasi essere una forma di sollievo o di protesta di fronte a un futuro percepito come incerto o addirittura desolante, chissà perché.

La genesi di questo comportamento affonda le sue radici in un clima di pessimismo generalizzato.

Le giovani generazioni, in particolare i millennial (nati dal 1981 e il 1996 e la Generazione Z, nati dal 1997 e il 2012,) si trovano a navigare in un mare di sfide economiche senza precedenti.

L’aumento vertiginoso del costo della vita, la precarietà del lavoro,

la crisi climatica e l’instabilità politica creano un senso di impotenza e ansia per il futuro.

In questo contesto, l’idea di risparmiare per obiettivi a lungo termine, come l’acquisto di una casa o la pensione, sembra sempre più irrealistica e talvolta priva di significato.

Di conseguenza, si assiste a un cambiamento di mentalità:

piuttosto che privarsi di piaceri immediati in vista di un domani incerto, si preferisce investire nel presente, cercando un’istantanea gratificazione.

Il meccanismo psicologico dietro il “doom spending” è affascinante e complesso.

In molti casi, l’atto di spendere agisce come un meccanismo di coping, una sorta di auto-medicazione per alleviare lo stress e la disperazione.

L’acquisto di un nuovo gadget tecnologico, di un capo di abbigliamento alla moda o di un’esperienza di viaggio può fornire un momentaneo senso di controllo e felicità.

Questo comportamento può essere paragonato a un’anestesia emotiva: per un breve periodo, l’ansia per il futuro viene messa da parte, sostituita dall’euforia dell’acquisto.

Tuttavia, l’effetto è spesso di breve durata e, una volta svanito, l’individuo può ritrovarsi non solo con un senso di vuoto, ma anche con un debito crescente.

Un aspetto distintivo del “doom spending” tra i giovani è la sua natura spesso pubblica e socialmente mediata.

Le piattaforme come Instagram e TikTok fungono da catalizzatori, trasformando gli acquisti in status symbol o in espressioni di identità personale.

La tendenza a condividere ogni aspetto della propria vita, incluse le spese, crea un circolo vizioso di pressione sociale.

Vedere gli amici e gli influencer che acquistano oggetti costosi o che vivono esperienze lussuose può generare un senso di inadeguatezza, spingendo a spendere per mantenere il passo.

Questa dinamica amplifica il fenomeno, trasformandolo da una scelta individuale in una norma culturale.

Le conseguenze a lungo termine di questa tendenza sono preoccupanti.

A livello individuale, il “doom spending” può portare a un indebitamento significativo e a una precarietà finanziaria ancora maggiore.

Il ciclo di spendere per sentirsi meglio, per poi sentirsi in colpa per le spese effettuate, può innescare problemi di salute mentale, come ansia e depressione.

Di fatto, l’illusione di felicità offerta dagli acquisti si dissolve rapidamente, lasciando dietro di sé una realtà finanziaria difficile da gestire.

Sul piano sociale, la diffusione di questo comportamento contribuisce a una cultura del consumo eccessivo, con implicazioni negative per l’ambiente e per l’equità economica.

Mentre il “doom spending” si manifesta come una reazione comprensibile a un mondo in crisi, è fondamentale riconoscere che non è una soluzione sostenibile.

È un sintomo di un malessere più profondo, che richiede risposte più strutturali.

Le istituzioni finanziarie, le organizzazioni educative e i governi hanno un ruolo cruciale nel promuovere l’alfabetizzazione finanziaria e nel creare opportunità economiche reali per le giovani generazioni.

Allo stesso tempo, è importante che la società nel suo complesso rifletta sul valore del consumo e sulla ricerca della felicità.

Io direi che forse la vera sfida, non è solo quella di resistere all’impulso di spendere, ma di ridefinire ciò che significa vivere una vita appagante in un’epoca di incertezze.

La consapevolezza di questa tendenza e delle sue implicazioni è il primo passo per affrontare il problema in modo costruttivo.

In sintesi, il “doom spending” non è una semplice moda, purtroppo, ma un segnale di allarme che riflette le ansie di una generazione, un promemoria che le soluzioni a lungo termine non si possono comprare in un negozio.

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